Ho visto questo film già più di due settimane fa, ma è indicativo del fatto che la mia vita in questo periodo non sia molto portata alla riflessione il fatto che nonostante tutto il tempo passato non me ne sia ancora fatta un'idea precisa.
Che in questo film Wes Anderson ci metta proprio di tutto, l'hanno detto tutti. David Bowie in versione samba, gadget vintage a go go, cinefilia e docufilia (esiste?), autocitazioni dalle sue pellicole precedenti, attori feticcio e attori culto (che poi è la stessa cosa), Kate Blanchett incinta con due meloni da favola, animaletti acquatici riprodotti in digitale da fare invidia a Nemo e Shark Tale (soprattutto l'apparizione finale di cui non vi svelerò nulla).
E ancora: pirati orientali cattivissimi e pasticcioni, incursioni su isole esotiche in stile James Bond, un tocco di sentimentalismo con bambino, panorami de noantri (il film è quasi interamente ambientato in Italia, in realtà!), una colonna sonora originale all'altezza di quella dei Tenenbaum, un sacco di fashion, coolness e hipness, altre citazioni spassose (la nave di Zissou, equivalente della Calypso di Cousteau, si chiama Belafonte), ironia a palate (la stessa nave che cade a pezzi, descritta come una meraviglia della tecnologia nautica), gag e tormentoni comici e meno comici (i granchietti e le meduse scambiati da Zissou per altre specie).
Visto e considerato quanto detto sopra, capirete che, periodo poco riflessivo o meno, è davvero difficile dare un'opinione esauriente su questo film. Diciamo, tanto per non essere orginali visto che l'hanno già detto in molti, che la metafora della vita acquatica allude a qualcosa di, appunto, molto più profondo, e la vera storia del film finisce per essere quella di una persona che si avvicina alla fine della sua vita e inizia a tracciare un bilancio, il tutto ovviamente senza la pesantezza di pellicole più "psicologiche". Murray è bravissimo in questa parte, e devo dire che dopo "Lost in translation", dove reggeva tutto il film da solo, l'ho molto rivalutato. Da vedere? Sì. Un capolavoro? Non mi sbilancerei.
Giudizio critico: due ore di puro divertimento, con qualcosa di più alla fine.
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Un classico "polar" francese, questo film trae il titolo dalla sede della Polizia Giudiziaria di Parigi (come dire Scotland Yard, per intenderci). E' una pellicola classica in tutti i suoi aspetti: l'atmosfera parigina, il confronto poliziotto buono/poliziotto cattivo, gli ambienti malavitosi a metà strada tra il gangsterismo americano e la mafia italiana. Ma il punto più forte di "36" è il duello attoriale tra due mostri sacri come Depardieu e Auteuil (duello da cui il secondo esce nettamente vincitore).
Depardieu è una presenza ingombrante, una caricatura di se stesso, mentre Auteuil riesce a dare al suo personaggio un'umanità convincente, uno sguardo pulito e onesto ma mai moralista. I personaggi di contorno sono molto ben delineati, da segnalare la presenza di una delle mie attrici italiane preferite, la bellissima Valeria Golino, purtroppo sempre troppo poco sfruttata e valorizzata dal cinema internazionale odierno.
Giudizio critico: per chi ama i noir alla francese.
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Come si sentirà Hillary Swank, così giovane e già con due premi oscar nella sua carriera? Secondo me non esistono (a parte un paio di eccezioni) attori più bravi di altri. Esistono attori più intelligenti di altri, più fortunati di altri, nella scelta dei loro ruoli. Perché un personaggio come quello della pugilessa di questo film era destinato a far vincere un Oscar a chi lo interpretasse appena degnamente (e la Swank lo interpreta molto più che degnamente).
Come si sentirà Clint Eastwood ad aver attraversato prima come attore poi come regista (e non sempre in questo ordine cronologico) interi decenni di storia del cinema sempre come protagonista? Il Clint che più amiamo è, e sempre resterà, quello dei film di Sergio Leone, beninteso, ma ancora oggi tutto quello che fa sembra qualcosa di speciale, fuori dal gruppo, l'unico, come dicono in molti (tra cui il caro Goljadkin) ad avere ancora il coraggio in America di fare un cinema classico.
Ma questi film fuori dal tempo, questi film in cui gli uomini sono uomini, corrispondono ancora in benché minima parte alla realtà che ci circonda? La risposta è, ovviamente, no. E per questo è bello che ci siano tipi come Eastwood, anacronistici, fascistoidi, individualisti, a ricordarci un'età dell'oro probabilmente mai esistita dove vigevano cose come la parola data, il codice morale, il sacrificio, l'abnegazione. Mettendo queste cose sullo schermo, in un certo senso Eastwood ci ripulisce la coscienza, come se noi spettatori fossimo mondati dalla visione e potessimo uscire nuovamente intonsi dal cinema al mondo reale. Insomma, Il texano dagli occhi di ghiaccio è forse l'ultimo vero affabulatore del cinema hollywoodiano, che non ha potuto quindi non decretarne il trionfo in un tripudio di statuette calve e dorate.
Giudizio critico: ci crogioliamo nel riflusso.
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Posto questo post a quest'ora invereconda per due ragioni precise: primo, non gliene frega un cazzo a nessuno di quello che scrivo, quindi posso permettermi di sparare qualsiasi cazzata mi passi per la mente, e non è poco; secondo: ho un sacco di film arretrati da inserire nel blog, per cui recupero quando posso...
"Constantine" è... un film. Già. Vabbe'. Lo sapevamo, grazie. Comunque c'è Keanu Reeves, ci sono un sacco di esplosioni, sparatorie, scazzottate, palazzi che crollano, apocalissi. Peter Stormare mi piace un sacco (secondo me è più figo di Reeves) e interpreta un Lucifero che è la cosa più divertente di tutto il baraccone. La fedeltà (o anche soltanto la verosimiglianza) con il fumetto da cui "Constantine" è tratto (Hellblazer) l'hanno buttata nel cesso, ed è rimasto un attore fighissimo (ma mai figo quanto Peter Stormare) che va in giro a sparare alla gente (anzi, ai demoni) con un crocifisso a forma di fucile (no, scusate, è il contrario).
E poi, poi c'è l'eterna lotta del bene contro il male, l'eterna lotta del digitale contro l'analogico, l'eterna lotta degli americani contro le sigarette, e un sacco di altre eterne lotte. DC contro Marvel, ad esempio... Ma che avranno detto Neil Gaiman, Alan Moore e Alan Grant vedendo questo film? E Frank Miller quando vide il "Batman" di Tim Burton? Eh? Cosa disse? Cosa diranno le future generazioni, di noi che ce ne stiamo qui, a guardare i film, e tra mille anni manco lo sapranno come si guardavano i film, prenderanno tra le dita questa strisciolina nera con delle figurine sopra e penseranno a quanto eravamo stupidi, a guardare i film, quando ci restava ancora così tanto da fare, inventare il teletrasporto, andare a vedere se c'è vita nell'universo, scoprire il segreto dell'immortalità. E rideranno di noi, che eravamo solo capaci di guardare i film.
Giudizio critico: it's only rock'n'roll, but i like it.
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Michael Radford è il regista di almeno due opere molto importanti: "Orwell 1984", film durissimo e fedele al romanzo, che ci regala una delle migliori interpretazioni di John Hurt, Winston perfetto e scavato fino all'osso dalla sofferenza, e "Il postino", notevole soprattutto per essere stato l'ultima interpretazione del compianto Massimo troisi. Entrambe le pellicole erano trasposizioni di opere letterarie e esploravano con grande sensibilità i lati più dolenti della natura umana.
Anche in questo caso, il regista inglese seglie di prendere come traccia il testo drammaturgico shakespeariano (che segue con fedeltà quasi assoluta ma non cieca o scontata) per descrivere la condizione universale di prevaricazione che porta anche gli uomini meglio intenzionati ad affermare, in nome della morale e della vendetta, una supremazia sul senso di giustizia e sulla legge stessa.
Abbiamo visto questo concetto applicato mille volte nella nostra storia attuale. Ciò che la maggioranza sente come "giusto" viene poi applicato in totale spregio delle regole poste a tutela di tutti. Radford impernia quindi tutto il film intorno al processo palesemente ingannevole ai danni di Shylock, rendendone protagonisti due attori come Pacino e Irons di una potenza drammatica tale da eclissare tutti gli altri e tutte le altre vicende.
Se in questo modo Radford riesce a dare al famoso monologo di Shylock ("un ebreo non ha occhi? Non ha mani, un ebreo, membra, corpo, sensi, sentimenti, passioni? Se punto, non sanguina come tutti gli altri uomini?") una potenza drammatica mai vista prima, bisogna dire che crea però un certo squilibrio tra la vicenda drammatica di Shylock e le altre di "amor cortese", che risultano nel film piuttosto stucchevoli e noiose.
La prestazione degli attori, infine, è alquanto diseguale: Jeremy Irons e, soprattutto, Al Pacino si stagliano come due giganti, mentre gli altri appaiono appena adeguati o, come nel caso della bella Lynn Collins (Porzia) piuttosto irritanti. Anche se non amo i virtuosismi attoriali, tuttavia, il film è da vedere per la sconfinata bravura di Al Pacino nei panni di Shylock.
Giudizio critico: Will non invecchia mai.
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