Fu una notte, al ritorno dall'ennesima scorribanda, che il signor Mutewinter vide la sua immagine riflessa nello specchio. Anzi, negli specchi, perché le case di Splinderville sono fatte di specchi e di vetri, sono luoghi dove tutti possono vedere tutto, tranne quello che conta veramente, quello che c'è al di là di Splinderville stessa. Pallido, emaciato, senza neanche un'oncia dell'antica e florida rispettabilità del dottor Ratinthewall. I suoi favoriti, un tempo folti e ben curati, sembravano spelacchiati, la marsina era piena di macchie dai colori pallidi e sospetti, le occhiaie denunciavano troppe veglie insonni.
Rimase a lungo a guardare nello specchio, perso nei suoi foschi pensieri. Poi, come d'incanto, si accorse che c'era un'altra immagine riflessa insieme alla sua: un'immagine ancora pallida, evanescente come fumo congelato, eppure sempre più consistente. Era un volto femminile quello che lo fissava dal reame al di là dello specchio. Un volto né angosciato, né colmo di rimprovero, bensì infinitamente amorevole e dolce. Era un volto che aveva scordato da tempo. L'unica discreta figura femminile che si aggirava ancora nella sua cupa dimora, resa ormai inospitale a tutti.
Si voltò di scatto, con più violenza di quanto avrebbe voluto, temendo che lei sarebbe scomparsa. Ma era una figura reale, non un pallido fantasma, e non si spaventò affatto vedendo il suo volto cadaverico. Al contrario allungò una mano, e sfiorò la sua guancia.
"Chi sono io?" le chiese il dottor Ratinthewall, o il signor Mutewinter, ormai non faceva più molta differenza.
"Sei qualcuno che vive in un mondo che non esiste," rispose lei.
E allora egli si guardò intorno, e vide che effettivamente viveva in un luogo dove sorgevano posti chiamati "Ilpapaspazialeinolanda" o "Punkina" o "Pensieridicarta", dove abitavano personaggi mascherati da folli, o da saggi, o persone normali, ma nessuno era saggio o folle o normale. In queste case c'erano luci e musica tutto il giorno e tutta la notte, e i vetri e gli specchi permettevano di vedere sempre quello che succedeva. Ma in realtà non succedeva nulla.
"Allora io sono..." iniziò lui, ma non ebbe il coraggio di finire la frase.
"Sì," confermò lei, con lo stesso dolce sorriso di prima.
Nulla, nulla, nulla, sembrò ripetere per un po' il vento nella casa del dottor Ratinthewall, mentre le luci si spegnevano una a una, e la musica scemava piano piano.
Per qualche tempo, altre presenze aleggiarono nella vecchia dimora ormai abbandonata. Si sentiva una voce, sembrava che un sorriso aleggiasse sospeso nell'aria, ma in realtà non c'era nient'altro che il leggero odore della morte.
Poi, con il passare del tempo che trascina tutto con sé e guarisce ogni ferita, i visitatori furono sempre più rari finché non cessarono del tutto. Rimasero solo le ragnatele, e dopo, nulla.
A proposito di questo film ho seguito alcune interessanti polemiche su vari blog, portate avanti da chi sostiene il genere e chi invece ne sottolinea le evidenti debolezze. Personalmente, il "nuovo corso" di Zhang Yimou mi ha lasciato abbastanza sconcertato. Sarà perché ero abituato all'Yimou di una quindicina di anni fa (quello di "Sorgo rosso" e "Lanterne rosse"), un regista cioé attento alla rievocazione storica ma anche alle tematiche politiche e sociali. Si vede che i tempi sono cambiati, e il nostro ha capito che ormai restano in pochi disposti a vedersi un film di tre ore dove non succede quasi nulla (almeno esteriormente). Infatti è emblematico che nei dibattiti su questa pellicola si citino poco o punto i suoi lavori precedenti, come se fossero un corpus ormai completamente scollegato da ciò che Yimou è diventato (qualcuno si ricorda che ha vinto il Leone d'oro appena cinque anni fa per un altro film di grande realismo sociale, "Non uno di meno"?).
E' un po' come se Ken Loach a un certo punto si stufasse di parlare solo di operai e masse sfruttate e si mettesse a fare film sui cavalieri della tavola rotonda. Lo prenderemmo sul serio o penseremmo che si è preso un lecito ma irrilevante periodo di riposo? Invece Yimou è stato preso assai sul serio e sui suoi film fioccano infervorati dibattiti molto più accaniti di quando parlava di concubine e maestrine della più profonda provincia cinese. Si capisce che è in gioco un tema tutt'altro che leggero e riposante. Qual'è il ruolo del cinema? Creare semplici prodotti di intrattenimento, belli ma vuoti come la "Foresta dei pugnali volanti", oppure assolvere anche a un compito di critica e denuncia sociale, come i precedenti film di Yimou?
Su questa domanda si basa, secondo me, il disappunto e forse anche l'irritazione di chi ha visto in "Hero" e in questo film una mancanza imperdonabile di contenuti e un'inconsistenza sconcertante nella trama. Fra balletti e duelli volanti, non si trova la calce che tiene insieme i mattoni, i fili dell'intreccio sono lasciati pendenti (alla fine del film, che ne è della setta dei pugnali volanti e dello scontro finale con le truppe del generale? Non viene fatto neanche un accenno a questa storia che fino a poco prima era sembrata centrale), tutto si risolve in un insopportabile formalismo (il rigido rispetto delle regole del Wuxia da una parte, uno smaccato ammiccare al pubblico occidentale dall'altra).
Da segnalare la fotografia di Zhao Xiaoding, meno violenta e tuttavia altrettanto elegante di quella di Doyle, e Ziyi Zhang, l'attrice de "La tigre e il dragone", che avrà un bel faccino, ma non riesce a eguagliare il carisma e il sex appeal della precedente musa di Yimou, la bellissima Gong Li.
Giudizio critico: il cinema al servizio dell'immagine.