programmato da Ratinthewall alle ore 18:40
29/11/2004

Consiglio a tutti la splendida mostra sull'estetica della macchina ospitata a Palazzo Cavour in questi giorni. Oltre a ripercorrere la parabola del futurismo nel suo periodo post-bellico (con l'appendice spettacolare dell'aeropittura), sono presenti alcuni studi originali del grande Antonio Sant'Elia. Morto giovanissimo durante la Prima Guerra Mondiale, Sant'Elia precorre i temi che poi saranno della Bauhaus e di tanta architettura modernista del XX secolo (lo stesso Le Corbusier, disegnando nel 1921 la Maison Citrohan si ispirò agli otto punti del proclamo pubblicato da Sant'Elia nel manifesto dell'architettura futurista).

Eccolo di seguito:

PROCLAMO:

  1. Che l'architettura futurista è l'architettura del calcolo, dell'audacia temeraria e della semplicità; l'architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità e della leggerezza;

  2. Che l'architettura futurista non è per questo un'arida combinazione di praticità e di utilità, ma rimane arte, cioè sintesi, espressione;

  3. Che le linee oblique e quelle ellittiche sono dinamiche, per la loro stessa natura, hanno una potenza emotiva superiore a quelle delle perpendicolare e delle orizzontali, e che non vi può essere un'architettura dinamicamente integratrice all'infuori di esse;

  4. Che la decorazione, come qualche cosa di sovrapposto all'architettura, è un assurdo, e che soltanto dall'uso e dalla disposizione originale del materiale greggio o nudo o violentemente colorato, dipende il valore decorativo dell'architettura futurista;

  5. Che, come gli antichi trassero ispirazione dell'arte dagli elementi della natura, noi - materialmente e spiritualmente artificiali - dobbiamo trovare quell'ispirazione negli elementi del nuovissimo mondo meccanico che abbiamo creato, di cui l'architettura deve essere la più bella espressione, la sintesi più completa, l'integrazione artistica più efficace;

  6. L'architettura come arte delle forme degli edifici secondo criteri prestabiliti è finita;

  7. Per architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia, l'ambiente con l'uomo, cioè rendere il mondo delle cose una proiezione diretta del mondo dello spirito;

  8. Da un'architettura così concepita non può nascere nessuna abitudine plastica e lineare, perché i caratteri fondamentali dell'architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà. Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città. Questo costante rinnovamento dell'ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del Futurismo, che già si afferma con le Parole in libertà, il Dinamismo plastico, la Musica senza quadratura e l'Arte dei rumori, e pel quale lottiamo senza tregua contro la vigliaccheria passatista.

Antonio Sant’Elia.


Architetto

 

Milano, 11 Luglio 1914

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programmato da Ratinthewall alle ore 23:28
24/11/2004

Quando questo povero mortale rispondente al nome di Ratinthewall aveva appena una diciassettina d'anni, gli cascarono gli occhietti sulle pagine di una rivista ormai da tempo defunta, rivista di fumetti, rivista a nome "Corto Maltese". Tra le grandi storie pubblicate dalla discontinua (a dir poco) testata ricorderò, tra le più determinanti per la formazione del giovane Ratto, Elektra Assassin di Frank Miller e Bill Sienkiewicz, Watchmen del duo Moore/Gibbons, e V for Vendetta, sempre di Alan Moore.

Ma una in particolare rimarrà sempre nel mio cuore di topo quando penso a quel periodo. Il delirio psichedelico e mitteleuropeo di un misterioso disegnatore/sceneggiatore il cui cognome, Bilal, svettava nella più pura tradizione del fumetto francese (Caza, Moebius, Druillet), umanoidi associati, legione di alieni, mutanti del metallo urlante.

Troppo giovane per conoscere di prima mano quella rivoluzione d'oltralpe, le sue eco mi giunsero nel corso degli anni attutite attraverso accenni misteriosi (copertine, immagini fugaci, bisbigli reverenziali dei compagni di scuola), e in seguito, a casa di uno dei suddetti compagni, pagine di riviste dai titoli vagamente conturbanti (per un adolescente) "Totem", "Frigidaire", "Echo des savanes".

Scoprii in seguito che quel nome alieno, Enki Bilal, non era uno pseudonimo, ma corrispondeva a una discendenza slava, e che il mio autore (fumettaro, se volete) preferito aveva un volto e una precisa collocazione spazio-temporale. In quel momento, però, quello strano nome dal suono alieno combaciava perfettamente con i colori (soprattutto i colori) eccezionali di storie ambientate in un retrofuturo in cui forme organiche e architetture decadenti si fondevano creando l'illusione perfetta di un universo alternativo in cui perdermi. E allora ero Alcide Nikopol, innamorato della bellissima pelle bianca/capelli blu Jill Bioscop, in una girandola di alberghi dalle tapezzerie cadenti, piramidi egizie, guerre multietniche (aveva presagito, l'oracolo Bilal, la tragedia che di lì a poco si sarebbe abbattuta sulla sua nazione?), divinità egizie, banlieues parigine...

Salto temporale. Vent'anni dopo. Esattamente vent'anni dopo. Un ratto ormai vecchio e disilluso si appresta a vedere il film tratto dalle due opere più belle dello stesso Bilal, "La fiera degli immortali" e "La donna trappola". Nella sua mente si affolla una ridda di pensieri: "mi deluderà? Come sarà Jill? Come riuscirà Bilal a trasfondere in pellicola i colori e le atmosfere dei suoi disegni?" Poi il film inizia, e per i primi dieci minuti mi sembra di essere immerso nella versione tridimensionale di quei fumetti. Ma all'improvviso uno strisciante senso di disappunto si fa strada: perché alcuni attori sono reali mentre altri, senza alcun motivo, virtuali? Capisco un'intera pellicola girata in computer grafica (alla "Final Fantasy"), o al contrario attori in carne e ossa inseriti in un contesto virtuale (alla "Tron") ma 'sta cosa non è né carne né pesce. Gli attori virtuali stonano terribilmente al confronto con quelli reali, e il tutto dà una triste impressione di "vorrei ma non posso" (che poi non gli sarebbe costato di meno pagare dei veri attori? Boh, mistero).

Piano piano riesco a mettere da parte il disagio per questa "discrepanza" e mi appassiono di nuovo alla storia (che è bellissima, ma non vi svelerò...). Le atmosfere bilaliane in fondo ci sono tutte, e la grafica computerizzata riesce a renderle molto bene. Charlotte Rampling (che ultimamente fa più film di quando era giovane) è brava, gli altri attori corretti (ma se tenete conto che nel fumetto originale Nikopol aveva la faccia di Bruno Ganz, capirete che nessun altro potrà mai essere all'altezza), tuttavia presto un altro dubbio inizia a insinuarsi. Perché spostare l'azione da Parigi a New York? Perché depauperare il pantheon egizio riducendo l'equipaggio della piramide volante (che Bilal aveva immaginato molto tempo prima dell'inverecondo "Stargate") a tre sole divinità? Perché introdurre alcuni elementi semplicistici e confusi al tempo stesso nella storia di Jill? Non è che questo rovini il film (sono cose che noterà solo chi ha letto i fumetti), però al sottoscritto han dato fastidio.

In definitiva, questo film mi ha dato l'impressione di un qualcosa d'incompleto. Bilal è bravissimo come sceneggiatore e disegnatore, ma forse la regia non è il suo forte. Miglior sorte avrebbero meritato i suoi meravigliosi fumetti se fossero stati adattati per il grande schermo da un esperto del mestiere (mi viene in mente il Besson de "Il quinto elemento", anche se so che molti storceranno il naso). Comunque le suggestioni di un'opera così complessa ci sono tutte, e una visione è sicuramente consigliata.

Giudizio critico: una produzione "povera" per una storia "ricca".

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directory : immortal ad vitam

programmato da Ratinthewall alle ore 15:51
20/11/2004

" [...] I protagonisti della Bauhaus intendevano colmare il divario tra l'idealismo sociale e la realtà commerciale e suscitare una risposta all'emergente cultura della tecnologia. Se l'Uomo Nuovo era divenuto l'ideale, questo concetto andava espresso nella vita stessa. Il design della Bauhaus enfatizzava la semplicità di linee rette ed eleganti, delle forme slanciate.

[...] "Tecnologia" era la parola chiave del modernismo. I seguaci dell'accademia Bauhaus vedevano la macchina come un'estensione della mano: il risultato fu una sorta di classicismo dell'era delle macchine, dove la casa era "macchina per vivere", la sedia "una macchina in cui sedersi", e così via.

[...] L'idea dietro a questa nuova estetica era di costruire case economiche e belle al tempo stesso, dove i materiali eleganti e durevoli dell'arredamento avrebbero creato un nuovo tipo di bellezza.

[...] L'esperienza della scuola Bauhaus durò meno di 15 anni, prima che l'accademia fosse soppressa dal governo nazista."

Klaus Labuttis of www.famous-classics.com

Settant'anni dopo, qualcuno continua a sperare.

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programmato da Ratinthewall alle ore 00:03
18/11/2004

Come mi faceva saggiamente notare Gogo, questo documentario sulla campagna elettorale dell'anchorwoman Lilli Gruber ricorda un'altra opera, il ben più pregnante "Tanner 88", docufiction del maestro Altman, il cui ideale seguito, "Tanner on Tanner", è stato presentato proprio in questa edizione del TFF. Lo ricorda sotto l'ottica delle scelte narrative e tecniche, beninteso, non certo sotto quella dello spessore.

La regista Caterina Borelli segue la rossa panterona del tiggì, diventata famosa per le sue pose aggressive e i suoi completi di pelle nera ai bei tempi in cui davanti al numero dei miei anni c'era ancora un 2, durante gli ultimi dieci giorni della sua campagna per le elezioni al Parlamento Europeo. Come nel lavoro di Altman, il film "mostra la candidata quando le telecamere ufficiali sono spente" (così recita il programma del festival). In 60 minuti tutto sommato molto scorrevoli vediamo Lilli Gruber distribuire volantini al popolo, arringare le folle, scherzare con gli uomini del suo staff elettorale, dispensare considerazioni di tutti i tipi sul cavaliere, acquistare un cd di Tina Turner, accogliere il marito francese all'aeroporto, visitare le famiglia in Trentino, partecipare a un summit informale ma decisivo con Fassino e Cofferati (era Cofferati? Boh, io i personaggi politici non li distinguo molto bene), loro seduti sul divanetto di casa, lei sul tappeto.

Il pubblico ha riso alle battute sul cavaliere, ha annuito preoccupato e complice quando la Gruber sottolineava le storture della nostra società, ha evidenziato con applausi i momenti di maggiore partecipazione (praticamente tutti quelli in cui Berlusconi veniva fatto passare per frescone). Tuttavia a me è rimasto un dubbio: che ne avrebbe pensato quello stesso pubblico di illuminati intellettuali da festival, se la prorompente anchorwoman, che nel corso del documentario a volte mi ha ricordato come gestualità e modo di fare l'altrettanto proprompente Mara Venier, non fosse stata schierata dalla "parte giusta"? Avrebbe trovato così simpatico il suo continuo ricordarci che lei conosce quattro lingue, che lei i libri della sua biblioteca li ha letti tutti (mica come quello là, che ce li ha finti...), che è una gran figa (come quando con falsa modestia dice che vorrebbe rifarsi il naso), insomma quella insopportabile aria da prima della classe, che a me invece ha dato così fastidio?

Al di là della domanda retorica e forse non pertinente, comunque, il documentario funziona bene, e anche se il sospetto di agiografia è fin troppo palese, riesce a mostrare alcuni momenti veritieri e interessanti di come può essere una campagna elettorale condotta con pochi mezzi e lontano dai riflettori. Peccato per il chiaro intento agiografico, ripeto, perché nelle mani di un regista più critico e oggettivo questo sarebbe potuto diventare un bel ritratto di un importante momento della storia italiana, e la storia della Gruber sarebbe potuta diventare emblema di una realtà ben più grande.

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directory : lilli e il cavaliere

programmato da Ratinthewall alle ore 16:47
16/11/2004

Un aggiornamento veloce: speravo di riuscire a vedere un sacco di roba al Torino Film Festival di quest'anno, e invece alla fine ho beccato solo un documentario dal titolo "Lilli e il cavaliere" sulla campagna elettorale di Lilli Gruber per le elezioni europee, e l'incontro con John Landis. E mi sarei perso anche questo se non fosse stato per Chiara/Gogo che almeno ho avuto finalmente l'onore di conoscere. Lei che è onnivora di film se ne è visti un bel po' di più, ma credo che vi racconterà tutto nel suo blog... e non chiedetemi il suoURL, guardate nei link qui a fianco ed esercitate la vostra perspicacia.

Sul documentario non mi pronuncio, non l'ho trovato molto rilevante. Per quanto riguarda invece l'incontro con John Landis devo dire che mi sono trovato di fronte all'uomo eccezionale che mi aspettavo, e un'ora di domande (stupide) da parte del pubblico e risposte (intelligenti) da parte di Landis è letteralmente volata. Commovente il suo ricordo di John Belushi. Landis è un omone di aspetto ancora giovanile (in fondo ha solo 54 anni) e dotato di un'ironia fuori del comune (chi lo avrebbe mai detto, vedendo i suoi film? :-).

Avrei dovuto incontrare anche LG degli Spietati, ma a quanto pare i nostri impegni di lavoro non sono compatibili, nonostante la sua gentilezza e disponibilità. Peccato, Luigi, ti sei perso una bella cioccolata calda in compagnia del sottoscritto e di Chiara!

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programmato da Ratinthewall alle ore 20:18
10/11/2004

... è tutta una spirale di split screens, lo schermo tagliato a metà via via da muri scrostati (soprattutto muri scrostati, graffiati, costellati di buchi e segni apparentemente, o realmente?, casuali), tende, griglie, scaffali, incorniciato da porte, finestre, orifizi, i personaggi confinati nella parte organica del fotogramma, mentre il regno minerale incombe from the other side, creando spazi bui in cui solo la fotografia slavata e al tempo stesso lucida di Doyle ricama geometrie seguendo scanalature, disegni frattali generati da sbavature della vernice, improbabili geometrie della carta da parati.

Le mura incombono su una storia che si nutre di spazi chiusi. Storia forse inutilmente circolare, fino allo sfinimento, che potrebbe concludersi almeno venti minuti prima del finale effettivo, su un taxi, e una battuta: "per alcuni l'amore arriva troppo presto, o troppo tardi". Una parade di donne e amori, che compaiono e svaniscono (svaniscono tutte), perché l'amore arriva all'improvviso (non lo diceva già qualcun altro?), ma a quanto pare altrettanto repentinamente se ne va. Interpreti bellissime e forse troppo fredde (anche se Wong Kar Wai ci avverte: sono androidi con sentimenti differiti). Un pretesto fantascientifico davvero troppo pretestuoso. Un protagonista bravissimo ma per noi italiani davvero troppo simile al fantozziano Calboni (almeno fisiognomicamente), come si dice qui. Una ridda di elementi, un affastellarsi di idee, che a volte, al posto di generare interesse, provocano noia.

E ancora, again and again and again, lo stesso tema che ritorna: la memoria, i ricordi, un luogo, che non è un luogo ma un tempo, il 2046, ma al tempo stesso è un posto, una stanza d'albergo, dove obliare ogni cosa e poter fermare il tempo, perché...

Giudizio critico: in the mood for Wong.

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directory : 2046

programmato da Ratinthewall alle ore 13:58
06/11/2004

Nel vastissimo oceano della memoria, i ricordi ondeggiano come barchette di carta nella tempesta. E che cos'è il cinema, se non un deposito infinito di memorie, a volte incasellate e ordinate per genere e titolo, altre volte chiuse in scatole cinesi lasciate ad ammuffire sul fondo di un magazzino pieno di ragnatele? Ci tocca navigare a vista, cercando di mettere un po' di senso dove senso non ce n'è.

La nostra mente sarà come una cassettiera, un archivio con tutti gli scomparti contrassegnati che aspettano solo di essere aperti per rivelarci frammenti di noi stessi, non importa quanto remoti e disconosciuti? Oppure è una spugna flaccida, qualcosa che assorbe per non restituire mai, se non in modo contorto, distorto?

Nel vastissimo oceano della vita, gli amori ondeggiano come barchette di carta nella tempesta. E che cos'è il cinema, se non un deposito infinito di passioni, a volte allineate nel corso di un'esistenza come trofei, altre volte intrecciate e avvinghiate l'una all'altra, lottando disperatamente per non morire, oppure soffocantisi a vicenda.

E siamo costretti a navigare a vista, cercando di mettere senso dove senso non ce n'è.

E poi restano istantanee fugaci, immagini ricostruite da ricordi ricostruiti da altre immagini (e che cos'è il cinema, se non un'immagine ricostruita da qualcos'altro, qualcosa che chiamiamo per convenzione "realtà". Ma immagine ha la stessa radice di immaginare).

La neve che cade su una spiaggia. Invernomuto mi tiene nel suo grembo. Visioni in blu digitale fredde come rimpianti, virate nel colore della nostalgia. Si può ricominciare tutto con una risata, basta sapere come andrà a finire.

Giudizio critico: cercando di trovare un senso, dove un senso non c'è.

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directory : se mi lasci ti cancello

programmato da Ratinthewall alle ore 19:01
02/11/2004

Spesso un film da cui ci aspettiamo grandi cose tradisce le nostre aspettative, e in effetti io da "Hero" mi aspettavo molto... Avevo letto nella blogosfera giudizi contrastanti, e devo purtroppo schierarmi dalla parte di coloro che ritengono questa pellicola un prodotto formalmente impeccabile (anche se forse così impeccabile da diventare lezioso, o addirittura kitsch, come nella scena del duello "mentale" sul lago) ma gelido e privo di anima.

Sarà il digitale, che permette effetti mirabili ma dà una sensazione, appunto, di freddezza, sarà la storia, resa a malapena digeribile dall'espediente "rashomoniano" della variazione soggettiva della trama grazie anche agli splendidi effetti cromatici (una delle poche vere note d'interesse della pellicola, a mio avviso), sarà il genere (e in effetti, unico al mondo, avevo trovato indigesto anche il famoso e acclamatissimo "La tigre e il dragone), sarà quel che sarà, però una grande aspettativa si è per me mutata, all'atto pratico, in una mezza delusione.

Un'altra nota stonata è rappresentata dal sottotesto ideologico che Yimou ha voluto imprimere alla storia: curiosamente questo è il secondo film che vedo nella stessa stagione in cui ritorna il tema dell'eroe che si sacrifica per la collettività e della necessità di un potere "buono" che controlli gli esseri umani per il loro stesso bene (se volete sapere qual è il primo film a cui mi riferisco leggete qui). Una resa totale dell'arbitrio personale che per motivi soggettivi non mi trovo granché a condividere.

Inoltre, infine, mi ha dato un po' fastidio il fatto che ben pochi abbiano ricordato e accostato questo film a quello (anche abbastanza recente) di un altro grande (secondo me più grande, ma più sottovalutato e perseguitato dalla censura in patria) cineasta del celeste impero, Chen Kaige. Parlo de "L'imperatore e l'assassino", questo sì summa mirabile di "stili e figure retoriche, strettamente funzionali a un genere, quello epico, praticamente reinventato mediante gli innesti più audaci" (www.revisioncinema.com), pellicola in cui riecheggiava addirittura la lezione formale e ideologica di un Eisenstein, nella fattispece l'epica storica e celebrativa dell' "Aleksandr Nevskij". E in cui, aggiungo io, la dimensione umana dei personaggi non era cancellata a vantaggio di un'esaltazione totale di un potere a loro sovraordinato, per quanto giusto e necessario.

Giudizio critico: una pietanza che sazia gli occhi, ma lascia inappagata la mente.

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directory : hero