programmato da Ratinthewall alle ore 17:08
26/10/2004

Di Guido Chiesa ho apprezzato "Il partigiano Johnny", versione filmica e tutto sommato fedele del mio romanzo italiano preferito di tutti i tempi, e ho seguito le lezioni che tenne alla Holden ai tempi in cui la frequentavo. Mi sembra che tra i registi nostrani sia quello che si accosti al cinema con metodo più professionale e serio, affrontando con rigore e rispetto i temi che sceglie. In "Lavorare con lentezza" questo suo approccio "serioso" si stempera un poco, non perché quest'opera sia meno curata o sentita delle altre, bensì perché l'argomento che tratta impone forse una maggiore vicinanza all'oggetto del narrare.

La sceneggiatura dei Wu Ming, inoltre, apporta un elemento eteronomo all'opera di solito totalmente personale di Chiesa. Gli inserti parodistici in stile "cinema muto" sono forse un po' facili, ma rendono bene lo spirito dell'epoca, caratterizzato da richiami al passato e fughe in avanti. La fotografia lievemente "sciatta", tipica di molto cinema italiano indipendente, è in questo caso funzionale agli argomenti e all'atmosfera generale della pellicola. Gli attori infine sono appropriati (ma nulla più. All'inizio anzi certi facciotti da pubblicità di Calvin Klein mi hanno dato un po' fastidio... certo negli anni '70, periodo in cui pretende di essere ambientato questo film, le facce che giravano erano altre). E' rimarchevole, infine, anche l'impegno politico del suo cinema (che mi ha indotto a fare il paragone, sicuramente improprio, con Ken Loach).

Tuttavia "Lavorare con lentezza" non rimane soltanto un film con buone intenzioni e buoni presupposti: è un film che riesce a divertire e che fa riflettere. Ho notato in sala molte persone giovani (tra i 15 e i 25 anni) che queste cose non le hanno vissute neanche di striscio. Era francamente sconvolgente stare a sentire i loro commenti, come se nessuno avesse mai parlato loro di questo periodo così difficile e ancora così vicino a noi nel tempo. Un periodo di cui a loro sono rimaste come retaggio giusto le canzoni di Rino Gaetano (presente nella colonna sonora) e dei Doors, e qualche capo di abbigliamento tornato di moda, come i pantaloni a zampa d'elefante.

In quegli anni, appena decenne, andavo spesso a Bologna, a trovare i miei nonni. Ho ricordi nebbiosi del tizio del telegiornale che parlava degli incidenti avvenuti a pochi metri da casa mia (dei miei nonni), il portico buio con le colonne di quello strano colore marrone sporco di via San Vitale cosparso di cocci e vetri infranti. Un giorno, alla Montagnola, io e mio nonno sentimmo l'eco di un'esplosione. Era la stazione che saltava per aria. Vedendo questo film, mi sono accorto di rivivere un pezzo di storia che mi ha sfiorato, sovrapponendosi soltanto spazialmente alla mia. E il messaggio finale alla radio del carabiniere Max Mazzotta (che fa qui un personaggio esattamente e magistralmente speculare a quello che interpretava in "Paz") mi è sembrato un po' riecheggiare lungo tutti questi anni bui, come a chiudere idealmente i conti con quel passato remoto.

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directory : lavorare con lentezza

programmato da Ratinthewall alle ore 22:48
23/10/2004

Se fossi Rob di Cinemavistodame redigerei un lungo e dettagliatissimo dossier su questo film, dandovi un sacco di notizie e informazioni essenziali su Almodovar e sul significato della sua opera. Se fossi Kekkoz di Giovanecinefilo vi farei una recensione puntuale ma piena di sincero entusiasmo (non per questo film in particolare, che a lui non è piaciuto granché, ma per il cinema in generale). Se fossi Marquant di Zittialcinema vi affascinerei con la mia arguzia e raffinatezza. Se fossi il misterioso Andrea di Alcinemanonsimangia sarei troppo intelligente per andare a vedere questo film. Se fossi Misato-san di Yazagaku piuttosto avrei guardato la settima stagione di Buffy, e avrei fatto meglio. Se fossi Fringe di Cinemasecondome scriverei semplicemente la cosa giusta. Se fossi Nicola Moroni di Finalcut non avrei scritto nulla, perché lui al cinema non ci va.

Ma sono il povero Ratinthewall, e su questo film ho solo una cosa da dire:

"Secondo me, "La mala educación" è una cagata pazzesca..."

Giudizio critico: indovinate un po'...

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directory : la mala educaciòn

programmato da Ratinthewall alle ore 13:31
23/10/2004

Inutile mantenere la suspense più a lungo... sono tornato, e da oggi c'è un inutile parassita in più nella nostra società. A cosa servono gli avvocati? Boh, avete presente quella puntata dei Simpson in cui Lionel Hutz chiede di immaginarsi una società senza legulei e tutti si immaginano un paradiso, beh, credo proprio che sia così.

Però nonostante io faccia ormai parte di questa dannata categoria, riesco ancora a provare un briciolo di gratitudine per tutti i vostri messaggi di augurio e conforto (non vi garantisco di riuscire a mantenere altrettanta umanità in futuro, purtroppo). Quindi per il momento beccatevi i miei ringraziamenti, più tardi arriverà anche il post su "La mala educacion" (ebbene sì, appena finiti gli esami sono subito corso al cinema, che credevate?).

GRAZIE !!!

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programmato da Ratinthewall alle ore 19:54
12/10/2004

 Va bene, anche le cose belle finiscono, blah, blah, blah. Non mi piacciono gli addii e poi questo è solo un arrivederci. Quando ci risentiremo, forse (ma molto forse), sarò come questo losco figuro qua sopra (che, tra l'altro, è uno dei miei eroi).

Bye bye, v'aggio voluto bbene assai.

P.S. Niente auguri, al massimo un in bocca al lupo.

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programmato da Ratinthewall alle ore 14:33
11/10/2004

Superman è morto. E se muoiono così anche i supereroi, che speranza abbiamo noi? Questo è il miglior articolo commemorativo che ho trovato in rete. Divertitevi.

Christopher Reeve is was an asshole.

For those of you who don't know, Christopher Reeve is the guy who played "Superman" in all four coma-inducing movies during the 80's. Before I even get started about his injury, I'd like to point out that "the curse of Superman" is bullshit, and I'd love nothing more than to punch the guy who came up with it. Just like the E! True Hollywood Stories "curse of The Little Rascals," it's much publicized Hollywood trash. Half the time they try to pass off a tragic event due to a "curse," it turns out that the actors died at the age of 86. Yeah real tragic, dumbass. An actor got murdered or paralyzed after living a healthy youth? Excuse me while I shit myself in awe at the mysterious power of the curse.

In 1995 "the curse" struck Reeve as he was riding a horse called "Eastern Express." The horse was running around, trying to get the gangly asshole off of his back when he finally came to an abrupt stop before a jump, leaving Reeve's shit in ruins. Reeve became paralyzed from the neck down after the accident (more like conspiracy, another reason to add horse to the dinner menu).

Why is Reeve an asshole?

Simple: because he's selfish. Reeve didn't give a shit about paralysis before his accident, but now that he's paralyzed, suddenly he opens up a paralysis foundation and cares about the plight of cripples? Where was his foundation in '95 when he played the role of a man with spinal cord injury? Sure, some of you might argue that he's doing a good thing by bringing attention to paralysis, but the underlying message being sent here is that nobody gives a shit about cripples until a celebrity becomes one.

What really pisses me off about Reeve is the sheer arrogance. Look up a Reeve biography and you'll find praise like "he has now found new meaning in life." Let me tell you something: any time you find new meaning in life because of a debilitating injury, your "old" life didn't have much meaning. Paralysis could strike anyone at any time, and if you're living your life in such a way that all your goals require the use of your arms and legs, then your life probably doesn't mean much to begin with. I'm sure people who were born paralyzed don't appreciate being told that their lives "have meaning too," as if they need affirmation from people who spend most of their lives working to pay off stupid bullshit like sports cars, expensive houses, and other junk that they don't need.

The "still living life to the fullest" doctrine pisses me off even more because you can almost hear a voice in your head that finishes off the sentence with "...as a cripple." What does it mean to "still live life to the fullest"? Why should it require any extra effort or energy, or the addition of the word "still" in front if you were living your life "to the fullest" to begin with? What can physical mobility afford you that pure thought can't alone? It's so gracious of Mr. Reeve to acknowledge that you can "still" live a meaningful life, even as a cripple. I'm sure that people who struggle with paralysis every day are exuberant at having someone champion their cause, it's just too bad that Reeve is in all likelihood doing it because he cares about himself first and foremost. Would he have opened up a paralysis foundation before the accident? Doubtful. Of course, we can never know for sure, but the fact remains that he didn't open up a foundation before the accident, and he poured his heart and soul into research afterwards, so the only conclusion that can be made is that he's doing it simply because he himself needs treatment.

The fact that he's helping thousands of people as he helps himself is a side effect of his cure; not necessarily his intention. I have little doubt that Mr. Reeve would work as hard to find a cure for paralysis if he was one of only a hand full of victims, so I don't think he deserves praise for this "good deed," because if it was intentional on his part to help these people, he probably would have had a paralysis foundation before the accident occurred.

I didn't have any beef with Reeve before his accident, but it's the praise he collects for his selfishness that makes him an asshole in my book. If tomorrow Reeve selflessly dedicated all of his time and effort--or even half of it--towards finding a cure for cancer or heart disease, he'd have my respect (not that he's trying to earn my respect, but having my respect is an awesome privilege). Hell, he'd earn my respect if he just cut the condescending bullshit for a few minutes, such as this prize quote "I've noticed that there are very few roles for people in chairs... I would like to see people with disabilities featured sympathetically." No shit? As opposed to all those other movies that show people with disabilities being demonized? Like it happens so often anyway. Why should people with disabilities be featured any more sympathetically than people without disabilities? If his goal is to live a normal life, how normal could his life be if all his future roles were "sympathetic"? Oh look, here comes the cripple, everyone act sympathetic regardless of the plot, because real life cripples never experience conflict or drama. If I were in a wheel chair, I'd want an ass kicking role where I would spend the entire movie running over people's fingers and tossing old ladies off of cliffs, not some suck-ass sissy role where I'd sit around and cry like a pussy.

Before you send me email bitching about me picking on cripples, ask yourself the following question: why is it any more acceptable to pick on non-cripples? Sounds like discrimination to me. If you're the type of person who would be offended by an article picking on Christopher Reeve without giving second thought to other celebrities I've picked on, chances are good that you're racist*.

*Note: I know that "race" doesn't have anything to do with being crippled. I'm just connecting the dots here people, quit emailing me.

People didn't realize that Christopher Reeve was such a self-serving asshole before reading this article.

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programmato da Ratinthewall alle ore 22:07
10/10/2004

Giuseppe Piccioni ha iniziato a lavorare durante un periodo molto travagliato per il cinema italiano. Quella fine anni '80/primi anni '90 in cui le uniche alternative allo strapotere holywoodiano sembravano la ricerca affannosa di una formula altrettanto "popolare" (strada intrapresa, ad esempio, dal Tornatore di "Nuovo Cinema Paradiso" e dal Salvatores di "Mediterraneo") o, al contrario, il ripiegarsi su se stessi, in quel cinema "minimalista" così odiato e osteggiato a posteriori da quasi tutta la critica per la sua sterilità e autoreferenzialità.

Storie di trentenni in crisi (come in una delle precedenti pellicole di Piccioni, "Chiedi la luna"), di annoiati borghesi (di estrazione milanese o romana, per lo più, come ne "L'aria serena dell'ovest" di Soldini, o ne "La parola amore esiste" di Calopresti), al massimo (come in "Un'anima divisa in due" di Soldini) di "diversi" (zingari, extracomunitari) visti però sempre nel loro rapportarsi col "normale", il cosiddetto "italiano medio".

Con il nuovo millenio, evidentemente, questi registi hanno salutato con gioia la possibilità di scrollarsi di dosso una simile patina di quotidiano grigiore. E se Soldini lo ha fatto con un'improvvisa sterzata verso la commedia addirittura fiabesca, solare e romantica (operazione riuscita, almeno nelle intenzioni, con "Pane e tulipani", sconfinante invece nel ridicolo in "Agata e la tempesta"), Piccioni all'improvviso ha scoperto i grandi temi della morale e dell'etica occidentali.

Nel primo film che segnava questa svolta, "Fuori dal mondo", Piccioni affrontava forse il tema più difficile e meno minimalista che si possa immaginare: la religione ("caso anomalo di film italiano laico che entra con delicatezza e precisione nella sfera del religioso", lo definisce la scheda critica di Kataweb). In seguito, con "Luce dei miei occhi", egli sperimentò l'affiatata coppia Ceccarelli/Lo Cascio, che in quel film (nonostante una sceneggiatura non certo perfetta) diede ottima prova di sé.

Adesso, con "La vita che vorrei", Piccioni decide di fare piazza pulita di qualsiasi minimalismo, e affronta temi come il metacinema, l'arte in quanto specchio della vita, il grande melodramma della tradizione dumasiana e verdiana, e chi più ne ha, più ne metta.

Eppure, stranamente, non ne viene fuori un pastrocchio. Anzi... L'incrociarsi dei diversi piani è tessuto con maestria, e nonostante il paragone sia banale, ricorda molto il Truffaut di "Effetto notte" (curioso come i registi italiani siano ormai in grado di citare questo maestro molto meglio dei loro colleghi d'oltralpe, si veda ad esempio la pochezza dell'ultimo film di Ozon).

Piccioni non guarda mai dall'alto i suoi personaggi, ma cerca di scrutarli negli occhi e di costringerli a mettersi a nudo (metafora ne è la crudele pratica della recitazione, dove le passioni della vita "reale" spesso sono in contrasto con i sentimenti che bisogna fingere). Laura (Sandra Ceccarelli), straordinariamente profonda, a volte disinibita e solare, altre volte scontrosa e introversa, e Stefano (Luigi Lo Cascio), più monocorde ma credibile, sono esseri umani, non caratteri a tutto tondo.

Purtroppo il regista non pare in grado (come già era successo in "Luce dei miei occhi") di sostenere un simile rigore per tutta la pellicola. La parte finale, come fa notare giustamente questo blogger qui (ma come stiamo diventando autoreferenziali pure noi), è "annacquata e poco convincente. Peccato, perché la confezione è davvero splendida (Piccioni non deve dimostrare più niente ormai), e nella prima parte il racconto scorre e coinvolge, per poi purtroppo sfilacciarsi e perdersi." E a tanta eloquenza, non è necessario aggiungere altro.

Giudizio critico: chi ama il cinema non potrà rimanere indifferente al fascino di questo film.

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directory : la vita che vorrei

programmato da Ratinthewall alle ore 18:50
07/10/2004

Il rumore sordo delle pale dell'elicottero che girano al rallentatore, un uomo esce correndo da una macchia di alberi inseguito dai guerriglieri vietcong, i proiettili che sibilano e alzano sbuffi di polvere dal terreno. La musica inizia in sordina, poi diventa sempre più struggente... Le voci dei piloti da caccia si confondono col rumore dei traccianti e delle granate di mortaio che scoppiano intorno all'uomo mentre continua a correre, viene colpito una volta, prosegue, una seconda volta, cade in ginocchio, alza le braccia al cielo. In quel momento, gli archi sottolineano con maestosa solennità il martirio cristologico del sergente Elias, la metà buona dell'America, quella che è morta nella guerra del Vietnam. E allora noi non ci ricordiamo più di essere al cinema, ma siamo sull'elicottero con Charlie Sheen, mentre le sue lacrime scendono insieme alle nostre, e vorremmo solo che quel dannato elicottero tornasse giù e andasse a prendere Willehm Dafoe, ma non possiamo fare altro che ingoiare la rabbia e fissare impotenti gli occhi di ghiaccio del sergente Barnes, le sue cicatrici che preannunciano gli anni bui a venire.

Da allora, tutte le volte che sento l'"Adagio for strings" di Samuel Barber, non posso fare a meno di provare una stretta al cuore, un'emozione amara e al tempo stesso catartica, esattamente come il cane di Pavlov (povero cane, se avesse un centesimo per tutte le volte che qualcuno lo ha citato, sarebbe miliardario) si metteva a sbavare sentendo la campanella, anche se di cibo in giro non ce n'era. Mi è successo così anche questo pomeriggio, mentre vedevo "La vita che vorrei". All'inizio il movimento era appena accennato. Mi son detto: "è lui o non è lui? Sarebbe pacchiano usare Barber un'altra volta per una colonna sonora, inflazionato com'è..." (a proposito, l'ho sentito nelle musiche di un altro film italiano recente, qualcuno potrebbe ricordarmi qual'è?). E invece no. Dapprima timido, quasi vergognandosi, poi sempre più invadente, alla fine protagonista assoluto nella scena madre della separazione tra Luigi Lo Cascio e Sandra Ceccarelli, il compositore americano è tornato ad afferrarmi le viscere e a strigermele forte per farmi uscire le lacrime...

Solo che in quel momento non stavo guardando due attori alle prese con la loro crisi di coppia. Stavo vedendo Elias, che usciva dalla giungla vietnamita, i traccianti degli F 105 che falciavano i vietcong intorno a lui, le braccia alzate al cielo, e io che dicevo: "tornate giù, dannazione, tornate a prenderlo...". Ci avrà pensato, Piccioni, quando ha scelto questo brano per la sua colonna sonora?

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programmato da Ratinthewall alle ore 16:46
06/10/2004

Allora è deciso, domani vado a vedere "La vita che vorrei" (ho scoperto che lo danno qua sotto casa, all'Eliseo). E scusate se non ve ne fregava nulla, è che il post precedente non lo sopportavo più, e 85 commenti erano davvero troppi.

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programmato da Ratinthewall alle ore 15:44
03/10/2004

Sarah US Lipslide
Vedendo "Le conseguenze dell'amore", mi sono messo a fantasticare sulla colomba sonora ideale che vorrei nel mio film, caso mai qualcuno mi desse un paio di miliardi (di vecchie lire, intendo) per realizzarlo. Sicuramente ci metterei "Slimcea girl" dei Mono e "Heart failed (in the back of a taxi)" dei St. Etienne (così magari faccio interpretare la parte principale a Sarah Cracknell, tanto si sa che tra regista e attrice protagonista ci scappa sempre qualche cosa...). Volevo inserire anche i Lali Puna, ma me li ha già fregati Sorrentino.
E voi, chi mettereste nella vostra colonna sonora ideale?
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