programmato da Ratinthewall alle ore 17:13
30/09/2004

Poco o niente so di questo regista, Paolo Sorrentino, che del film cura regia, soggetto e sceneggiatura, o del bravissimo attore protagonista, Toni Servillo (ma è parente di quello della Piccola Orchestra Avion Travel?). Non so nemmeno se si tratti di un’opera prima (ho avuto quest’impressione, ma potrei sbagliarmi), né se sia tratta da un romanzo o sia invece basata su una sceneggiatura originale. L’unico aneddoto che conosco su "Le conseguenze dell’amore" è che l’attrice che interpreta Sofia, Olivia Magnani, è nipote della ben più nota Anna.

Su questi dati scarni imbastire una recensione con un minimo di competenza è quanto mai arduo, a meno di non parlare semplicemente delle impressioni che ha suscitato in me la visione di questo film.

Parlerò invece della colonna sonora. Ragazzi, una colonna sonora basata su alcune delle più belle canzoni dei Lali Puna! C’avete presente? Potete immaginare la mia emozione durante la scena iniziale, quando sono partite le prime note di "Scary world theory", la scena di un grigio immacolato, una figura umana quasi indistinta che avanza trasportata da un tapis roulant lentissimo, luci al neon diafane… Il video dei Lali Puna che ho sempre immaginato, che ho girato un migliaio di volte nella mia testa.

Come in un libro di Marc Augé, come in un soundtrack per aeroporti, questo film si dipana attraverso non-luoghi scattando rapide polaroid di non-persone, rapidissimi flashback di vite perdute in un panorama grigio-svizzero, rimpianti di un’esistenza che avrebbe potuto essere.

La voce di Valerie Trebeljahr e i suoni rarefatti del gruppo elettronico tedesco sottolineano conseguenze di un amore che non è mai stato e mai sarà, in stanze d’albergo fredde come un cuore in inverno, frequentate solo da fantasmi intenti a rincorrersi round and round, all’infinito, perché i fantasmi non muoiono, e non vivono.

Di fronte a questo teatrino delle ombre, l’irruzione di entità grevi, incuranti, come la mafia che fa capolino nella seconda parte del film, sembra addirittura macchiettistica, salvo poi finirne risucchiata e irrimediabilmente contaminata. Anche per questi crepuscolari mafiosi (simili a quelli di "Ghost dog", come loro anziani e patetici) tutto si riduce, alla fine, a una sala d’attesa in un aeroporto, il salone congressi di un grande albergo, un anonimo cantiere perso da qualche parte in un panorama grigio antracite.

Ancora il tempo per qualche rapido ricordo, una spiegazione che in realtà non spiega nulla, poi c’è solo il grigio cemento, e "Fast forward".

Giudizio critico: you put your hands over your ears, you don’t hear me, and you cover your eyes, you don’t see me. It’s like i’ve never been here, and i’ve never known you.

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directory : le conseguenze dellamore

programmato da Ratinthewall alle ore 01:14
25/09/2004

Non saprei da dove cominciare a parlare di questo film. Ho riscritto l’incipit della recensione tre volte, ma ancora non mi viene nulla di degno da dire.

Come rendere onore a un maestro del più genuino cinema di intrattenimento come Sam Raimi? In fondo basterebbe dire che questo film regala due ore di puro godimento per la mente e per gli occhi. Una sceneggiatura (quasi) perfetta, attori all’altezza (soprattutto Alfred Molina nei panni del dottor Octopus, bravissimo), effetti speciali stupefacenti ma mai fini a se stessi, una fotografia rutilante, lucida e splendente come una delle copertine di “Marvels” disegnate da Kurt Busiek.

Ed è proprio a “Marvels”, il fumetto che rivisitava il mondo dei supereroi della Marvel inquadrandolo dall’ottica dell’uomo della strada, che ho pensato vedendo questo film. Perché Peter Parker, in questo secondo episodio della sua saga cinematografica molto più che nel primo, è davvero reso credibile come “ragazzo qualunque”, con i suoi piccoli problemi che sembrano più insormontabili del solito cattivo di turno, tanto che la prima parte, quella in cui l’Uomo Ragno quasi non compare, è forse la più azzeccata e riuscita di tutto il film, intrisa com’è di un umanismo non manicheo, al punto che persino Octopus è prima di tutto Octavius, scienziato dedito alla causa del bene e del progresso.

Raimi è un regista intelligente, secondo me anche geniale, dotato di un’ironia fuori del comune nel panorama hollywoodiano. Basti pensare alla mille citazioni disseminate nel film (alcune spassosamente autoreferenziali, come il padrone di casa di Peter Parker chiamato Ditkovich, o la maschera del teatro interpretata dall’attore feticcio di Raimi, Bruce “la casa” Campbell). E’ in grado di mischiare differenti registri senza prendere stecche, come nel passaggio dalla scena genuinamente horror del risveglio di Octopus sul tavolo operatorio e conseguente strage, a quella di Peter Parker che finalmente libero dal suo fardello di supereroe passeggia per le strade di New York con “raindrops keep falling on my head” come sfondo sonoro, scena emozionante che mi ha ricordato certe commedie brillanti e caustiche della nuova Hollywood degli anni ‘60/’70, tipo “Il laureato”. Inoltre sa dare risalto anche ai personaggi minori (la moglie di Ocatvius, la figlia di Ditkovich) dando così un’impressionante tridimensionalità al suo affresco.

Il film cade solo un po’ nel finale, dove il cliché fumettistico vecchio stampo riprende il sopravvento sulla reinterpretazione postmoderna, e soprattutto nel teaser della scoperta della stanza segreta del Goblin, unica vera caduta di stile di tutta la pellicola. Ma si tratta di peccati veniali (espressione questa, mi pare, abusata da tutti i più importanti critici cinematografici con la c maiuscola), che non ne pregiudicano certo il valore.

Giudizio critico: se avete spessi occhiali con la montatura nera, e vi muovete un po’ goffamente, questo è il film che fa per voi. Questo, o “La rivincita dei nerds”.

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directory : spider man 2

programmato da Ratinthewall alle ore 01:18
23/09/2004

The Immoral Mr. Teas (1959)
Naked Camera (1960?)
Eve and the Handyman (1961)
Erotica (1961)
Wild Gals of the Naked West (1962; aka The Immoral West)
This Is My Body (1962?)
Heavenly Bodies! (1963)
Europe in the Raw (1963)
Lorna (1964)
Fanny Hill: Memoirs of a Woman of Pleasure (1964)
Mudhoney (1965)
Motorpsycho (1965)
Faster, Pussycat! Kill! Kill! (1965)
Mondo Topless (1966)
Good Morning and Goodbye! (1967)
Common Law Cabin (1967)
Finders Keepers, Lovers Weepers (1968)
Vixen (1968)
Cherry, Harry & Raquel (1969)
Beyond the Valley of the Dolls (1970)
The Seven Minutes (1971)
Blacksnake (1973; aka Sweet Suzy)
Supervixens (1975)
Up! (1976)
Beneath the Valley of the Ultra-Vixens (1979)

R.I.P. Russ Meyer 1922-2004

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directory :

programmato da Ratinthewall alle ore 10:12
21/09/2004

Adesso, a più di una settimana dalla visione del film, cosa mi è rimasto? Onestamente poco o nulla. Sarà che la realtà supera sempre la finzione, e le immagini di un qualsiasi telegiornale superano di gran lunga in crudezza e atrocità quelle del documentario, sarà che “Fahrenheit 9/11” dice cose che chiunque con un minimo di attenzione verso l’attualità (chiunque tranne gli spettatori del TG4, ovviamente) avrebbe già dovuto sapere, ma devo dire che non mi ha fatto grande impressione, né lasciato particolari considerazioni da fare.

Bush è cattivo. Ma davvero? Le guerre si fanno sempre per interesse economico, e più l’interesse è economico più si sbandierano grandi ideali e crociate contro il male. Le guerre le combattono sempre i figli dei poveri. Si può essere patriottici anche protestando contro una guerra ingiusta. Se mettiamo i concetti del film nero su bianco è facile vedere come Moore non solo non dica nulla di originale, ma lo dica anche in modo tutto sommato molto convenzionale. Secondo il mio modestissimo parere, la cosa preoccupante non è il fatto che Moore dica a queste cose, ma che ancora così tanta gente si stupisca e caschi dalle nuvole quando ne viene a conoscenza.

Da un punto di vista formale, Moore imbastisce un ibrido che non è né documentario né film, né realtà né finzione. E non c’è niente di male in questo, si badi bene, anzi la ricerca di “nuovi” linguaggi all’interno della settima arte è sempre benvenuta. Tuttavia io, da tradizionalista ammuffito quale sono, rimpiango un po’ i tempi in cui questo tipo di operazioni portavano frutti quali “Men of Aran” o “Nanuk”, in cui non c’era bisogno di inventarsi nulla (e men che meno sapide gags, per quanto genuinamente divertenti, come nella prima parte di "Fahrenheit", peraltro la più riuscita) per affascinare e interessare lo spettatore. Ma forse i piani sono troppo diversi, e il paragone non calza. Mi si scusi, dunque.

Giudizio critico: un mediocre documentario, un buon film comico (almeno nella prima parte).

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directory : fahrenheit 9/11

programmato da Ratinthewall alle ore 11:15
17/09/2004

Riassunto delle puntate precedenti: fin dall’antichità, alcuni uomini più pedanti degli altri hanno avvertito l’impulso di non farsi i cazzi loro e commentare a vanvera le espressioni artistiche altrui. Sebbene durante la preistoria questi fastidiosi individui venissero lapidati e in seguito, durante il basso impero in Egitto, mummificati e rinchiusi in apposite tombe, la specie si è purtroppo perpetuata fino ai nostri giorni e ha dato vita all’orrida categoria dei critici cinematografi dilettanti, a cui il vostro si pregia di appartenere.

Ho letto diverse recensioni (qui, qui e qui) su questo film, ma cosa dice il regista stesso sul suo lavoro? Vediamolo:

“Non ho scelto di fare questo film, l’ho quasi subito. Non mi sentivo all’altezza e non avevo lo stato d’animo giusto. Piano piano, mi sono accorto però che l’ho fatto per una sola sequenza: l’ultima. È una scena che tocca cose molto private: io non lo vedo come un finale chiuso, negativo, ma come un traguardo.

Ho sempre trattato il rapporto tra adulti e bambini, ma non sono mai riuscito a trovare un finale: anche nel “Ladro di bambini”, non si capisce se alla fine il carabiniere dorme o fa soltanto finta.

Qui invece c’è un gesto forte del figlio, che vedendo il padre piangere lo rimprovera, gli dice “non si fa così”. Paradossalmente è la persona apparentemente più debole che esorta a non piangersi addosso. Per lui, vedere il padre che piange è terribile. Se anche suo padre ha paura, pensa, allora come può andare avanti?

Per alleggerire questa scena finale molto forte, ho messo le inquadrature nei titoli di coda, come va di moda fare adesso.

Per me non esiste solo l’handicap evidente: siamo tutti fragili, e il nostro handicap più grande è di non ammetterlo. In realtà, come dice la madre nel film, questa debolezza può essere una forza, qualcosa che ci difende. Ma tutto il film ha un animo femminile. Volevo che anche Kim Rossi Stuart fosse più “materno”, perché di solito sono le madri che fanno quest’esperienza. Gli uomini stanno lontani da questa tragedia.

Quando ho chiesto a uno di questi ragazzini cosa avrebbe voluto fare da grande mi ha risposto: “voglio avere la febbre”. Perché la febbre ci protegge, ci rende irresponsabili. Anch’io, spesso, girando questo film avrei voluto ammalarmi, ma Andrea me lo impediva, anzi impediva a tutti noi di aver i soliti problemi da cinematografari. Andrea mi impediva di essere vigliacco.

Questo non è un film sull’handicap ma sui rapporti basati sulle diversità e sulla loro bellezza. Senza scadere nel concetto ipocrita di tolleranza: la tolleranza implica superiorità, vuol dire: “io sono normale, ma sopporto benevolmente il fatto che tu sia diverso”. In nome del politicamente corretto siamo arrivati a espressioni assurde come “persone non deambulanti” che ho visto sui bus a Roma.

Il paesaggio nella scena finale è neutro, quasi marziano. Volevo che rimanessero solo due figure che si confrontano in un paesaggio astratto.”

Il maestro Amelio, dopo, ha detto tante altre cose, ma dopo un’ora di attesa, quasi due ore di film e un’altra di dibbatttito mi si chiudevan gli occhietti, così sono andato a nanna. E questa è la fine della storia.

Nelle prossime puntate: basta, è finita, non ci saranno altre puntate. Ora circolate che non c’è niente da vedere.

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directory : le chiavi di casa

programmato da Ratinthewall alle ore 01:30
16/09/2004

Riassunto delle puntate precedenti: il v.c.c.p., per una volta che va a vedere un film con qualcuno di importante in sala, se la tira alla grande e ci scrive sopra un romanzo.

Amelio ci mette subito a nostro agio raccontandoci sapidi aneddoti sulle sue esperienze torinesi:

“Ormai non si possono più girare film a Torino. Io sono stato tra i primi, ma ormai le strade della città sono sature, credo che anche voi non ne possiate più. Ricordo il silenzio che c’era in piazza San Carlo quando giravamo in presa diretta. Anche i tifosi appena usciti dalla stadio se ne stavano buoni buoni sotto i portici a guardare. Adesso girerò in Cina, spero di trovare anche nei cinesi un po’ di torinesità…”

E bravo Amelio, te lo auguro.

Poi incomincia il film. Durata: un’ora e quaranta. Interpreti principali: Kim Rossi Stuart, Andrea Rossi, Charlotte Rampling. La Rampling quand’ero giovane io era un sex symbol. Ora è una distinta signora invecchiata molto bene. Kim Rossi Stuart è bravo, anche se per me rimarrà sempre il ragazzo col kimono d’oro, e bello, anche troppo bello per non odiarlo un po’ (immagino che nelle signore presenti in sala, però, abbia suscitato ben altri sentimenti…). Il film…

Vabbé, sentite, sono entrato a scrocco, ho fregato la poltrona a qualcuno che magari lo avrebbe apprezzato più di me, per cui adesso non posso parlarne male, anche perché senno stavolta mi lapidate. Quindi evidenzierò soltanto gli aspetti positivi: il film, più che raccontare una storia, affronta un problema. Di solito questo tipo di pellicole non mi convince (ma ci sono eccezioni: vedi Ken Loach), tuttavia in questo caso la volontà dell’autore di affrontare un tema serio e doloroso è stata premiata. Tratto dal romanzo di Pontiggia, che avendo un figlio malato ha vissuto l’esperienza in prima persona, riesce a controllare la materia spesso difficile senza mai essere patetico o sentimentale. Soprattutto la scena finale, ambientata in un paesaggio quasi “astratto”, è una bella prova d’attore di entrambi i protagonisti, e conferma il talento di Kim Rossi Stuart, se ancora ce ne fosse bisogno. Di difetti ce ne sono, e tanti, però la sincerità di Amelio forse li compensa e li rende più digeribili. E questo è tutto quello che posso dire in difesa di “Le chiavi di casa”. Di più, non mi si chieda.

Dopo la proiezione, come da copione, è seguito il dibattito. Ma questa è un’altra storia, e ve ne parlerò domani.

Segue…

Nella quarta puntata: ciò che disse Amelio, ciò che chiese il Ratto.

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directory : le chiavi di casa

programmato da Ratinthewall alle ore 22:03
15/09/2004

Riassunto della puntata precedente: il v.c.c.p. non c’ha un cazzo di voglia di uscire, ma si sacrifica per soddisfare la vostra morbosa curiosità sul nuovo film di Gianni Amelio.

La folla davanti al cinema Massimo non era affatto follosa quanto il v.c.c.p. si sarebbe aspettato. L’arcano, tuttavia, fu ben presto svelato: tutti i biglietti erano sold out da ore.

“E poi dicono che il cinema italiano è in crisi,” rimuginò il vostro, sempre alieno da luoghi comuni e frasi fatte.

Anche l’amica A. sembrava scomparsa (complice la dabbenaggine del v.c.c.p. che aveva dimenticato il cellulare a casa e non avrebbe potuto contattarla neanche se avesse voluto).

Una débacle completa, direte voi? E sticazzi, dico io, che nel frattempo mi sono anche stancato di parlare in terza persona al passato remoto, e quindi torno a scrivere nel mio solito modo sciatto e discorsivo.

Uomo di mille risorse, identifico in mezzo alla folla un viso amico e dotato di tessera stampa, e incollatomi alle sue calcagna entro lo stesso alla proiezione, ottenendo oltretutto il risultato di non pagare il già modico prezzo del biglietto (euro 3,60). E ora lamentatevi pure che in Italia è tutto un magna magna e senza raccomandazione non si va da nessuna parte. C’avete ragione!

Ma ora silenzio: il maestro Amelio entra in sala, le luci si fanno soffuse, la magia del cinema sta per cominciare. Amelio inizia a parlare e…

 

Segue…

 

Nella terza puntata: brutto stronzo, ma non hai ancora finito di romperci i coglioni con sta menata? E il film? Come cazzo era il film?

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directory : le chiavi di casa

programmato da Ratinthewall alle ore 13:20
15/09/2004

Ieri sera il vostro critico cinematografico preferito non aveva proprio nessuna voglia di uscire. Fuori cadeva una pioggerellina grigia e fredda che ricordava al v.c.c.p. che l’autunno è in arrivo, con tutte le preoccupazioni e gli sbattimenti che ben sapete. Mentre era immerso in simili allegre considerazioni, è squillato il telefono. Era l’amica A. che annunciava l’arrivo di Gianni Amelio in città.

“Però dobbiamo andare lì un po’ prima per prendere i biglietti.”

Al v.c.c.p. non è che fregasse poi molto di sbattersi in mezzo al traffico cittadino dell’ora di punta per contendere ad altri molto più interessati di lui i pochi preziosi biglietti disponibili per l’anteprima. Così se ne è tornato alla visione del TG4, dove Emilio Fede (brillante lettore di Orwell) ci informava che i prezzi degli ortaggi al mercato non solo non sono aumentati, ma sono addirittura diminuiti, e chi dice il contrario è un comunista.

Però nella mente del v.c.c.p. il piccolo tarlo del senso di colpa scavava.

“Amelio… anteprima del film… pigro stronzo!”

Un’ora dopo, il vostro sfrecciava nel traffico in guisa di mister Magoo, aguzzando gli occhietti miopi in cerca di un improbabile parcheggio comodo e vicino al cinema Massimo (parcheggio che trovava immediatamente, visto che il suo unico talento sembra essere il reperimento fortunoso di perfetti posti auto).

Segue…

Nella seconda puntata: riuscirà il vostro critico cinematografico preferito a intrufolarsi in sala? E se sì, cosa gli dirà il maestro Amelio? E il film? Come cazzo era sto film?

 

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programmato da Ratinthewall alle ore 12:39
12/09/2004

DOPO MEZZANOTTE

"Ma alla critica italiana basta che un film contenga una scena contro Berlusconi per far piovere su di esso lodi sperticate ? Pare di sì, altrimenti non si spiegherebbe il perché degli entusiastici commenti che si elargiscono a profusione per l'ultima fatica di Ferrario, indubbiamente un buon regista, ma qui, onestamente al suo nadir. Dopo mezzanotte, al di là di tutto , è un clone povero di Jules et Jim in cui tre personaggi bizzarri, sarebbe meglio dire pensati male e realizzati peggio si inseguono per un'ora e mezza vagando per il film tra dialoghi assurdi e una sceneggiatura plasmata su una fetta di emmenthaler. Ferrario strizza l'occhio allo spettatore con scenette totalmente fuori contesto (l'aggressione al capo del fast-food, la cantata comune sulle note di "Ricominciamo", l'assurda trovata finale) e induce al sonno lo spettatore, cullato dalla monocorde voce fuori campo, inutile artifizio, di Silvio Orlando (ma che c'azzecca un napoletano a Torino?). Si voleva citare lo slapstick? Ma per piacere. Le comiche con Pozzetto e Villaggio erano più sincere e divertenti. Il romanticismo? Gli omaggi al cinema del passato lasciamoli fare a chi sa come gestire la materia che maneggia. Dopo Mezzanotte è epifanico dei limiti congeniti del cinema italiano contemporaneo: senza idee, senza spessore, sempre pronto a citare il passato per non confrontarsi con il futuro. Non confondiamo film "piccoli" con i "piccoli" film : anche questi ultimi possono essere inutilmente arrogantelli e pretenziosi. Tutto da buttare?: no, per fortuna c'è la Mole Antonelliana ed il Museo del cinema che recitano meglio di Pasotti (che almeno qui non parla), l'eccellente colonna sonora di Daniele Sepe, e il volto ed il corpo di Francesca Inaudi, splendida, insolita e sprecata. E attenzione a dedicare siffatte opere a Keaton… è vero che i morti non possono risorgere, ma rivoltarsi nella tomba sì. E il povero Buster lo sta sicuramente facendo."

In quanto torinese, "Dopo mezzanotte" è un film che mi ha infastidito particolarmente. Scusate se torno sull'argomento, ma girando per la rete ho trovato questa recensione di Andrea Chirichelli (non so chi sia, ma mi pare bravo) su www.mymovies.it e la pubblico integralmente perché spiega molto bene come mai questo sia un pessimo film.

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programmato da Ratinthewall alle ore 17:50
10/09/2004

Hem beardedMa che cazzo è un universo hemingwayano? Boh, a volte dico cose che non so spiegare neanch'io, però mi piacerebbe viverci. Lo sapete che ha lasciato la casa in eredità ai suoi gatti?

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